venerdì 15 giugno 2012

Omologazione ad alta definizione

© ph. Luigi Ghirri (1979)
 
Nonostante l'incedere degli anni ho ancora bene impresse in testa alcune situazioni, immagini, parole che mi hanno accompagnato quando ero bambino.
Tra queste, una mitica pubblicità televisiva (o réclame, come diceva la mia nonna...) che è entrata nella memoria collettiva scandendo le parole: "Potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci..."
Questa frase affiora sempre dai miei ricordi quando mi imbatto in una di quelle foto HDR (High Dynamic Range) che sono diventate tanto di moda con l'avvento del digitale.
Non mi interessa discorrere qui sugli aspetti tecnici dell'HDR (del resto eventuali curiosità in questo senso possono essere facilmente soddisfatte dagli innumerevoli siti internet che trattano l'argomento), né ho la pretesa di esprimere un giudizio sulla "dignità" o meno di questo metodo fotografico.
Vorrei solo condividere giusto un paio di sensazioni che queste immagini mi suscitano.

Il primo impatto che ricordo di aver provato di fronte ad una foto HDR è stato un senso di... impatto!
All'inizio quelle immagini non mi lasciavano indifferente: tutto quel mondo di "effetti speciali e colori ultravivaci" mi colpiva e, quando le foto erano elaborate ad arte (e cioè non erano evidenti quegli artefatti inguardabili che spesso emergono quando una foto HDR è elaborata alla carlona) confesso che un senso di stupore attraversava i miei occhi.
Alla fine però quelle immagini hanno cominciato a lasciarmi indifferente: a lungo andare mi sembra che l'HDR corra il rischio di diventare una omologazione ad alta definizione, un vestito (o meglio, un'uniforme) che anonimizza il significato dell'immagine che ci sta dietro e che spesso forse viene usato per dare un'apparenza migliore ad uno scatto venuto male.
Perchè in fondo, in questa società dell'apparenza, anche la fotografia ha la tentazione di cedere alla mera logica dell' "apparire" e dello "stupire", lasciando in secondo piano il "significare" e l' "ideare".

Sempre seguendo la scia dei miei ricordi, ho ben presente la prima volta che invece ho visto una fotografia che Luigi Ghirri scattò presso l'Alpe di Siusi, in Alto Adige, se non sbaglio nel 1979.
Stavo visitando una mostra collettiva presso gli Scavi Scaligeri di Verona e mi trovai di fronte ad una stampa in cui era raffigurata una coppia di persone, ormai non più giovani, che procedevano insieme attaverso un prato verso il massiccio montuoso del Sassolungo e Sassopiatto.
Conoscevo bene quei posti perchè anche io avevo in passato mosso i miei passi lungo quel sentiero immortalato nella foto; quando vidi che l'autore era Luigi Ghirri (che, all'epoca della mostra, conoscevo solo di nome o quasi...) mi chiesi: "E questo sarebbe il grande Luigi Ghirri? E cosa avrebbe di tanto speciale questa foto? Sembra una delle tante foto che ho visto nell'album delle vacanze di mio padre."
Ecco... quella foto che allora non mi aveva per niente impressionato... che non mi aveva suscitato sensazioni di stupore e impatto... che non avevo inizialmente neanche notato, affogata come era in tutte le altre stampe di quella collettiva... ecco, proprio quella foto a distanza di anni mi è rimasta indelebilmente impressa negli occhi e nella mente (e probabilmente anche nel cuore): e ancora oggi saprei descriverla a memoria.

Non so perché, non ho ancora capito quale strana forza magnetica eserciti in me quella "banale" foto di Ghirri...
Non ricordo, invece, una solo foto in particolare tra tutte quelle HDR che di primo acchito mi acchiappavano l'attenzione e mi facevano esclamare "wow"...

venerdì 8 giugno 2012

Questione di dettagli

foto di Leonardo Papi - Down Theatre, "Inferno" (2011)
© ph. Leonardo Papi - Down Theatre, "Inferno" (2011)

Mi viene da sorridere quando leggo gli annunci pubblicitari relativi alle nuove "infernali" macchine fotografiche digitali in cui, quasi sempre, c'è qualcosa del tipo:
"Nuovo sensore da 5 vagonate di megapixel per una resa dei dettagli senza precedenti!"

Ma quanti cavoli di dettagli servono mai alla gente?

Una sera di ormai molte lune fa ho partecipato ad un incontro con la nota fotografa di scena Lucia Baldini e ricordo ancora che, parlando del confronto analogico-digitale, lei sosteneva che una delle cose che la mettevano a disagio con le reflex di ultima generazione era appunto l'eccessivo dettaglio reso nelle immagini digitali.

E un'altra sera, di molte lune prima di quella sera con Lucia Baldini, mi trovai a fare un servizio a uno spettacolo teatrale (con la mia potentissima reflex dell'epoca, fornita di ben 6 megapizze... un balocco rispetto a quelle attuali...) e ricordo bene le sentite rimostranze di uno degli attori ritratti che si lamentava perchè si vedevano tutti i foruncoli e i brufoli sulla sua bella faccia...

E allora basta con questa storia dei quintali di pixel per vedere costellazioni di dettagli e per distinguere un capello da un altro!

Ché poi, se uno proprio non si può tenere e vuole spaccare il capello in quattro, già da tempo hanno inventato strumenti che possono soddisfare tali fisime: trattasi di microscopi, telescopi e simili...
Ma questa è scienza, non fotografia: a me piace la fotografia che appartiene al mondo della suggestione, perchè deve "suggerire" qualcosa a chi guarda... non necessariamente deve dare spiegazioni e risposte precise al millimetro.
E la suggestione spesso è tanto più grande quanto meno si mostra e più si lascia all'immaginazione...

P.S. - sono ben consapevole che esistono tutta una serie di applicazioni e di contesti in cui è fondamentale avere immagini molto dettagliate e assolutamente fedeli alla realtà, situazioni in cui la fotografia è usata per "documentare" anziché per "esprimere": raramente però questi contesti riguardano l'utente medio della strada, che è quello al quale poi sono rivolti la maggior parte dei messaggi pubblicitari cui facevo riferimento all'inizio...

mercoledì 11 gennaio 2012

Il safari fotografico

© ph. Leonardo Papi - Ballet Academic Studio (2009)


In queste giornate invernali ogni tanto mi viene in mente il lontano tempo d'estate: tempo di vacanze e, perché no, tempo di safari...
Ovviamente, trattando questo blog più o meno di fotografia, per safari intendo un safari fotografico.
Meno ovviamente, il safari fotografico di cui ciancio non è quello che implica il salire carichi di attrezzatura (possibilmente mimetica) su un aereo o una nave alla ricerca di esotiche mete popolate da peculiari animali.
Trattasi invece di un safari meno impegnativo da un punto di vista logistico e che non richiede un grande spirito di avventura, ma che sicuramente lascia comunque il segno sul fotografo: sto parlando del saggio di danza.
Se volete cimentarvi in questo tipo di safari senza andar troppo lontano, sappiate che nel periodo primaverile-estivo la penisola italiana pullula di questi eventi.

Alcune brevi indicazioni:
  • il saggio di danza solitamente ha luogo in un teatro, o in un auditorium, o in una palestra, difficilmente in una foresta o in una savana: ciò nonostante non preoccupatevi perché, nel 90% dei casi, troverete comunque un clima tropicale che niente ha da invidiare a quello delle mete più esotiche;
  • quando varcate la soglia del teatro o dell'auditorium o della palestra di cui sopra, riponete subito nella borsa qualsiasi velleità artistica: ad un safari (quale il saggio è) non vi viene richiesto di mettervi comodi con i pennelli e la tavolozza a dipingere il quadro dei vostri sogni; ad un safari vi viene richiesto di "sparare" tempestivamente e prendere quante più prede possibili...
  • quando varcate la soglia del teatro o dell'auditorium o della palestra di cui sopra, riponete subito nella borsa qualsiasi orologio: può capitare, infatti, che qualcuno di questi safari si protragga nel tempo al di là di ogni aspettativa e, in tali casi, non fa bene al morale sapere che sono già 4 ore che state scattando ad un ritmo di almeno 20 click al minuto...
  • attenzione: spesso le belve con cui dovrete fare i conti alla fine non sono i cuccioli e le piccine che vi si parano davanti all'obiettivo; infatti sono molto più insidiose e difficili da trattare le mamme di quelle creature che, per un malaugurato caso, non sarete riusciti a mettere nel vostro carniere...
  • se al termine del safari non siete soddisfatti della "caccia", pensate all'eventualità di allargare il vostro target al pubblico presente in sala: vi assicuro che, senza fatica, riuscirete a trovare esemplari assai peculiari e meritevoli di essere immortalati. Ma abbiate pietà! Ricordate sempre che anche loro sono reduci da 4 ore di saggio e che potrebbero essere stati costretti a venire per non far torto alla vicina di casa, la cui figlioletta sgambettava per 20 secondi in mezzo ad altre 30 bambine vestite da gattine indistinguibili l'una dall'altra...