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| © ph. Luigi Ghirri (1979) |
Nonostante l'incedere degli anni ho ancora bene impresse in testa alcune situazioni, immagini, parole che mi hanno accompagnato quando ero bambino.
Tra queste, una mitica pubblicità televisiva (o réclame, come diceva la mia nonna...) che è entrata nella memoria collettiva scandendo le parole: "Potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci..."
Questa frase affiora sempre dai miei ricordi quando mi imbatto in una di quelle foto HDR (High Dynamic Range) che sono diventate tanto di moda con l'avvento del digitale.
Non mi interessa discorrere qui sugli aspetti tecnici dell'HDR (del resto eventuali curiosità in questo senso possono essere facilmente soddisfatte dagli innumerevoli siti internet che trattano l'argomento), né ho la pretesa di esprimere un giudizio sulla "dignità" o meno di questo metodo fotografico.
Vorrei solo condividere giusto un paio di sensazioni che queste immagini mi suscitano.
Il primo impatto che ricordo di aver provato di fronte ad una foto HDR è stato un senso di... impatto!
All'inizio quelle immagini non mi lasciavano indifferente: tutto quel mondo di "effetti speciali e colori ultravivaci" mi colpiva e, quando le foto erano elaborate ad arte (e cioè non erano evidenti quegli artefatti inguardabili che spesso emergono quando una foto HDR è elaborata alla carlona) confesso che un senso di stupore attraversava i miei occhi.
Alla fine però quelle immagini hanno cominciato a lasciarmi indifferente: a lungo andare mi sembra che l'HDR corra il rischio di diventare una omologazione ad alta definizione, un vestito (o meglio, un'uniforme) che anonimizza il significato dell'immagine che ci sta dietro e che spesso forse viene usato per dare un'apparenza migliore ad uno scatto venuto male.
Perchè in fondo, in questa società dell'apparenza, anche la fotografia ha la tentazione di cedere alla mera logica dell' "apparire" e dello "stupire", lasciando in secondo piano il "significare" e l' "ideare".
Sempre seguendo la scia dei miei ricordi, ho ben presente la prima volta che invece ho visto una fotografia che Luigi Ghirri scattò presso l'Alpe di Siusi, in Alto Adige, se non sbaglio nel 1979.
Stavo visitando una mostra collettiva presso gli Scavi Scaligeri di Verona e mi trovai di fronte ad una stampa in cui era raffigurata una coppia di persone, ormai non più giovani, che procedevano insieme attaverso un prato verso il massiccio montuoso del Sassolungo e Sassopiatto.
Conoscevo bene quei posti perchè anche io avevo in passato mosso i miei passi lungo quel sentiero immortalato nella foto; quando vidi che l'autore era Luigi Ghirri (che, all'epoca della mostra, conoscevo solo di nome o quasi...) mi chiesi: "E questo sarebbe il grande Luigi Ghirri? E cosa avrebbe di tanto speciale questa foto? Sembra una delle tante foto che ho visto nell'album delle vacanze di mio padre."
Ecco... quella foto che allora non mi aveva per niente impressionato... che non mi aveva suscitato sensazioni di stupore e impatto... che non avevo inizialmente neanche notato, affogata come era in tutte le altre stampe di quella collettiva... ecco, proprio quella foto a distanza di anni mi è rimasta indelebilmente impressa negli occhi e nella mente (e probabilmente anche nel cuore): e ancora oggi saprei descriverla a memoria.
Non so perché, non ho ancora capito quale strana forza magnetica eserciti in me quella "banale" foto di Ghirri...
Non ricordo, invece, una solo foto in particolare tra tutte quelle HDR che di primo acchito mi acchiappavano l'attenzione e mi facevano esclamare "wow"...

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